Ospito nel mio spazio alcune pagine scritte dall’amico Luca Mancini sulla scuola dell’obbligo, un progetto in corso d’opera. Buona lettura.

FENOMENOLOGIA DI UN DOCENTE DELLA SCUOLA DELL’OBBLIGO.

Luca Mancini

Copyright -2014 Luca Mancini

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Alle centinaia e centinaia di ragazzi che, prendendo ognuno anche solo una piccola parte di me, mi hanno lasciato vuoto.  Ma non un vuoto dentro.

Premessa 1. Diamo i numeri.

“Già nel 1979 uno studio condotto da un sindacato nazionale italiano (CISL) evidenziava come una percentuale del 30% di insegnanti facesse già allora ricorso all’uso di psicofarmaci . Successivamente uno studio retrospettivo comparativo condotto a Milano ha mostrato che “la categoria degli insegnanti – in controtendenza con gli stereotipi diffusi nell’opinione pubblica – è soggetta a una frequenza di patologie psichiatriche pari a due volte quella della categoria degli impiegati, due volte e mezzo quella del personale sanitario e tre volte quella degli operatori manuali.”

Da Orizzontescuola.it

Ed era solo il 1979. Se la percentuale fosse aumentata solo di uno 0.5 % all’anno, oggi il dato sarebbe che circa il 47% degli insegnati fa uso di psicofarmaci.  E chissà quali sorprese troveremmo relativamente alle patologie psichiatriche, perché diciamocelo: la scuola è un covo di matti. È una specie di ospedalizzazione giornaliera di una categoria di persone che si reca al lavoro sotto l’effetto di sostanze psicoattive. Non tutti i docenti ne fanno uso, ma la scuola resta comunque una gabbia di matti. Sono matti i docenti o lo sono diventati, sono matti i bidelli, gli addetti alle segreterie, sono matti gli studenti. E tutti sono sempre più fuori di testa. Ogni anno la cosa peggiora, è come se si fosse diffuso un virus che rapidamente ha infettato gli ambienti scolastici e chi ci vive dentro.

Un’altra cosa da considerare, e che aggrava la situazione,  è che la scuola per certi versi somiglia un po’ ad  un carcere: noi insegnati siamo i secondini e gli studenti i carcerati. Tecnicamente lo spazio vitale di un carcerato è forse maggiore di quello del banco di uno studente in un’aula dove ce ne sono fino a trenta. Quando malauguratamente un ragazzo si allontana dalla scuola senza permesso, si dice che è “scappato”, “fuggito”, proprio come scapperebbe un detenuto.

Detenuti e studenti condividono dunque uno stesso e potente desiderio di evasione.  E non riuscendoci fisicamente, si evade con la testa: ci si tele-trasporta in qualsiasi luogo purché al di fuori della scuola o del carcere.  Io, però, non volevo fare il secondino, pensavo di poter fare il professore.

Premessa 2. Frasi comuni e credenze popolari.

“I professori non fanno niente, lavorano quattro cinque ore al giorno e hanno anche tre mesi di vacanza pagata, per non parlare di Natale e Pasqua.”

“I professori una volta tornati a casa possono staccare la spina.”

“Per fare il professore ci vuole la vocazione.”

“Il tuo professore non capisce un cazzo.”

“Per quello che fanno, guadagnano anche troppo.”

“ Chi sa fa e chi non sa insegna.”

“Tanti i professori c’hanno tutti il secondo lavoro.”

“Il mio professore è matto.”

“Il tuo professore è matto.”

 

Lunedì.

Non ti riconosco più. Scuole di oggi, storie di ieri.

Secondo la legge, i bambini e poi i ragazzi devono restare nella scuola fino a 16 anni, i primi 8 dei quali, quelli delle elementari sommati alle medie, costituiscono la scuola dell’obbligo. Ora, la parola obbligo non prevede l’opzione della scelta: dunque i ragazzi dai sei ai 13 anni vengono a scuola perché obbligati a farlo.  Se oggi conducessimo un’indagine statistica in una qualsiasi scuola media (secondaria di primo grado) scopriremmo forse che oltre l’80 % degli studenti preferirebbe non venire a scuola perché la ritengono inutile o noiosa o comunque poco divertente e interessante. E tutti sarebbero concordi nel giudicarla pesante e faticosa.

Anche quando sono andato a scuola io era obbligatorio, ma a parte la tv dei ragazzi che era in bianco e nero e durava poco più di due ore, il carosello e le enciclopedie, non c’era null’altro che un ragazzino potesse fare –a parte giocare a casa o all’aria aperta-. Giocare tutto il giorno alla fine avrebbe annoiato anche il più allergico ai banchi. Per cui la scuola era comunque un modo diverso di passare le giornate,  che altrimenti sarebbero state di una noia mortale se trascorse a casa senza la TV digitale, quella satellitare, le consolle da gioco, internet, gli smartphone, i tablet. La scuola era noiosa anche allora, ma ci si arrivava che si sapeva così poco di tutto, così vuoti di informazioni e conoscenze, che quel riempirci di pagine da leggere, di luoghi geografici da imparare a riconoscere sulla cartina, di numeri di cui scoprire le proprietà varie, era un modo di arrivare a conoscere il mondo, e un mondo di cose alle quali non avremmo avuto altre modalità di accesso. Chi aveva un’enciclopedia poteva cercare Nilo o Rio delle Amazzoni, e se avesse cercato fiume ne avrebbe trovato la definizione, ma non certo la lista dei 100 fiumi più lunghi del mondo, come invece ho trovato io su Wikipedia, in dieci secondi mentre scrivevo queste righe. Che bisogno ho di sapere quali sono i fiumi più lunghi o quali nazioni ci sono in Africa? se mi serve lo trovo in rete. Capite che battaglia? Capite che oggi è persa in partenza? L’accesso al sapere e, più estesamente al mondo, oggi è pressoché illimitato e ultraveloce. Come può un professore essere riconosciuto possessore di un sapere che oggi è spalmato tutto sul web e nelle TV? Come fa starci nella testa di un prof tutto il web e tutta la televisione?

Martedì.

Classi 2.0, lavagne interattive, pc, tablet, ambienti di apprendimento collettivo: ecco la scuola digitale.

Così la scuola si “digitalizza”, l’incubo della grande maggioranza degli insegnanti. Perché, alla fine, gran parte del corpo docente è costituito da donne che hanno da fare per la casa o per le lezioni private, e non hanno certo il tempo di mettersi al computer per preparare una lezione con la LIM o semplicemente per capire come funziona un software o come di inserisce un allegato in una mail., ed è anche fatta di molti uomini che effettivamente hanno un secondo lavoro, che spesso è il primo.

La scuola si digitalizza nel senso che sta tentando di dotarsi di strumentazioni tecnologiche: i device. Ci sono gli oggetti, ma non i soggetti in grado di usarli. Ma poi, un’altra considerazione: non ci hanno sempre insegnato che non contano solo gli strumenti, quanto piuttosto i contenuti. Che uno strumento da solo è niente se non si sa come adoperarlo? Sì, è questo che ci hanno insegnato. Ma si sa da McLhuan che i media sono in realtà il messaggio, ed il massaggio., e che ogni nuovo nuovo media plasma nuovi ambienti mentali, genera nuove modalità percettive. Ma se da un lato il mondo percepibile si allarga, lo spazio in cui percepiamo si restringe sempre di più. Il possesso di un device non garantisce la creazione di un “buon ambiente mentale”, anzi, secondo quanto teorizzato da McLhuan, un nuovo media può innescare nei meccanismi non necessariamente virtuosi. Un nuovo media non amplia i nostri sensi, li sostituisce, li  colonializza. I miei occhi sono le foto che ho sul telefonino, e le mie orecchie sono la musica che ho scaricato. Il mezzo cioè mi guarda, mi ascolta, mi legge, mi inghiotte dopo avermi lessato ben bene.

VISIONI: studenti che hanno la testa a forma di tablet sul cui schermo da 10 pollici scorre un veloce flusso continuo e incoerente di immagini, musica, parole.

 

[continua]

1 Response to “Ospito nel mio spazio alcune pagine scritte dall’amico Luca Mancini sulla scuola dell’obbligo, un progetto in corso d’opera. Buona lettura.”


  1. 1 Patrizia 6 febbraio 2014 alle 18:28

    Mi hanno intrigato questi articoli. Da insegnante di scuola primaria forse e sottolineo forse, sono un po’ più fortunata sotto certi aspetti, ma non credo poi tanto di più. In questi ultimi anni sono un po’ in crisi: mi chiedo quanto ormai possiamo incidere davvero sulla formazione dei bambini/ragazzi, sulla loro crescita aldilà della mera trasmissione di contenuti.
    Vero anche il discorso sul sapere che grazie a internet non è più prerogativa degli insegnanti. Ma forse questo è uno stimolo per arrivare davvero a quello che sarebbe importante: dare gli strumenti per saper gestire tutto questo sapere e inoltre, per arrivare alla creazione. Smettere di essere fruitori passivi ma usare una innegabile ricchezza per produrre, per creare. Credo che questo sia la nuova frontiera dell’insegnamento. Ma non so se saremo in grado di farlo… Confesso: sono stanca e anche un po’ sfiduciata e a volte confusa…


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