Si fece largo all’improvviso il tempo

Si fece largo all’improvviso il tempo che non avrebbe più battuto i suoi secondi: i soliti minuti non avrebbero più formato ore. Si fece largo con la prepotenza di chi non sa aspettare e nell’attesa spinge, dà colpi, e se ne infischia solo di quel tanto che basta a far bastare tutto il resto. Poi lo ammise finalmente e accolse in sé quello che non sarebbe stato detto, né fatto più in alcun dove o quando. E poi scoprì che poco era restato di quel tanto di cui così a lungo si era nutrito. Si presentarono allora le giovanili imprese che impresse se ne stanno lì in panchina, pronte ad entrare se qualcuno rovina. E le chiamò tutte a raccolta in campo, a passarsi la palla dei ricordi, che a rivederli così, dopo quegli anni, tracciavano scie, lasciando aloni, dei suoni delle musiche sentite al mare e di altre, altre ancora. Oppure si addensavano i paesaggi ferroviari, nella condensa del fiato dei vicini. Che facce avranno ora? Ma che importa, se gli alberi sfilavano in vetrina così vivi. Loro lì fuori, mettendo le radici nella terra, muovendosi solo verso l’alto. Invece in altri tiri, la palla passava all’avversario senza che lui potesse farci niente. Ed era difficile riprendersela, ritornare ad attivare le sinapsi giuste. Solo col sole ci riusciva, abbagliandosi di luce, senza scorgere niente se non un bianco, come uno schermo, un lenzuolo immenso che ricopriva tutto, perfino le domande ripetute tante volte. Ma nello schermo vedeva anche il suo vuoto procedere lento, calmo, senza alcuna fretta, come una lumaca che va lasciando scie luminescenti. Vedeva chiaramente che non c’era proprio niente che potesse riprendersi una forma, non c’era un volto, un gesto, una posa che squarciasse quel nitore. Poi venivano in sequenza le parole, la lingua, le sillabe del padre, quelle del suo nome, e poi quelle dei figli e delle amiche, i nomi delle cose scritti a lettere bianche sulle palpebre chiuse. Poi si pensò sdraiato al sole, disteso sulla sabbia ad annullare il niente che pressava, che gli pesava sulle spalle, gli comprimeva il petto. Ma respirando piano l’abbaglio ritornava prepotente con la calma dei suoni lenti e cadenzati, dei ritmi che hanno i funerali, che sanno rilassare anche i più vispi. E poi si chiese Cosa sto cercando, cosa desidero se non il desiderio di chi volli, di chi sperai mi desse un nome, mi battezzasse come un padre. E calcolò quanto poco avesse mai pregato. Così poco che non sapeva più pregare, non conosceva le sequenze che dal padre conducono ad un figlio, figlio dell’uomo. E poi si disse ancora Ora mi sveglio, scendo prendo un treno e mi riporto dove mi trovavo bene, dove ero altro tra gli altri. Vado dove c’è la neve che lascia solo orme fatte d’ombre. Vado dove mi chiamano per nome, vado di corsa verso il primo treno, vado lontano, percorro chilometri e chilometri, vado dove mi chiedano un biglietto per l’ingresso, vado verso un dentro che mi porti fuori dai miei pori, dove mi vedano vedermi. Questo pensava nel tempo che gli si allargava dentro, tutto il tempo di fuori, quello di tutti, tutto il tempo che sarebbe stato gli entrava ora dentro in un’implosione.

Dove mi trovo adesso? Pensava, perché non ritrovava i punti noti. Non c’era un punto di riferimento che potesse far andare o ritornare. E poi pensò di nuovo al desiderio, quel desiderio dell’altro, il desiderio il cui oggetto sei tu. Pensò ancora È questo che ci rende vivi, questo desiderare d’essere desiderati, così che colui che ci desidera è la nostra patente di esistenza. Poi sul suo volto aderì il volto di una donna in transito. Troppo veloce per non lasciare tunnel dei risucchi. Allora se la staccò dal volto come fosse una pellicola di plastica. Era così che poteva sfuggire alla conservazione di lei. Lei voleva conservarlo, lei voleva consolarlo, lei, paziente come un tarlo, che aspettava una fusione con la squallida adesione per conservazione, come si conserva un rimasuglio in frigo. I rimasugli, i tanti rimasugli gli ricordarono come si esagerò senza riuscire poi a terminare l’iniziato. Così tanti inizi, ma tanti, tanti, tanti. E i tanti rimasugli loro figli, gracili, incompleti, questuanti. Cercò di spazzolarseli di dosso, ché lo pungevano come tante pulci che s’accaniscono sul cane senza meta. Quanti rimasugli, oh quanti. E mentre si spulciava spazzolandosi, i rimasugli, i resti si moltiplicavano, erano anche piccoli, piccoli resti di discorsi, di piccoli gesti quotidiani, resti di passeggiate, di docce calde e di nuotate. L’acqua pensò, ecco non c’è acqua in questi rimasugli, questi resti sono solo di polvere, restano secchi, non vanno via perché si sono insinuati nel profondo. Oh quanti e quanto mai dovrò spalare questa polvere che mi riempie tutto. Per quanto tempo mi dovrò fermare in questo posto, che non conosco, da cui voglio solo scappare. Poi pensò Magari se mi fermo, se mi fermo e faccio una qualsiasi cosa come aprire una porta, forse questo tormento dei miei resti si fermerà anche lui. Poi me ne esco e dietro quella porta lascio quei resti che m’hanno accompagnato fino qui fino ad adesso. Come se adesso avesse poi un suo senso, se non essere anche lui un resto, un granello del tempo che si sgretola, che ci distrugge negli adesso, ora dopo ora, e anche adesso mentre mi sto scrollando tutti questi adesso e tutti questi resti e questi rimasugli. Ecco ora mi fermo, ci provo, almeno provo a fermarmi per un attimo, ecco mi fermo, ora sono fermo, resto immobile. Ecco, ora sono quello che sono, un fermo immagine bloccato, quello che resta di tutto il mio girato. Che tutto quello che era prima e che sarebbe stato dopo s’è bruciato, così non resta di me che questo piccolo resto di immagini che in processione attraversano nel buio lo schermo bianco.

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