Fleba, mio fratello.

Il naso cola dal mento. Giù, giù fino a terra. Il muco dal naso. Tutto sudato. Perfino i polpastrelli sono sudati. È tutto sudato.
Tutto è sudato a questo punto del giorno. In questo preciso momento, in cui una macchia ricorda un uomo, un’altra sembra una farfalla.
Un’ansia scorre dentro. Un fiume sotterraneo di cui non si capisce l’origine. Ma porta scorie, enormi frammenti di passato. Marci, puzzolenti, scuri. E neri presagi di futuri. Neri, sudati, attaccati a un legno, persi in mezzo ad un oceano buio, avvertendo la presenza di vite nascoste. La paura.
Tutta la paura del mondo. Aggrappati e pieni d’acqua. Tutte le fibre, le ossa, tutto,
tutto è intriso d’acqua. Come se fosse un sudore eterno, permanente.
E allora si prova a respirare. Si cerca di non andare in apnea. Lunghi respiri con il naso che cola sul mento ed espiri con la bocca, sonori. Diventano urla, cercando di calmarsi, di smorzare ilterrore assoluto.
Si è vivi, sì, si è vivi. La vita scorre dentro, è il fiume sotterraneo. Ed ogni scoria debilita, ogni frammento colpisce come una pietra lanciata per colpire e far male. La vita fa male.
Si fa male alla vita dicendo così. La vita che è un dono.
Ti chiedo perdono babbo.
Babbino per dono ti chiedo un grande salvagente.
Babbino mio, ho paura di morire di paura. Io non ce la faccio.
Cosa vuoi che sia. Fai l’uomo,
Ma babbino, babbino. Babbinooo? Dove cazzo ti sei ficcato. Sparisci proprio ora? Proprio adesso che forse basterebbe solo qualche parola, giusta. O qualche tocco con la mano. Anche un buffetto sulla faccia. Magari per svegliarmi, perché magari sto sognando e questo è solo un incubo…allorasvegliami.
Ma non ci sei. Non c’eri come non ci sarai e io cadrò di nuovo. Di nuovo mi nasconderò dietro una vita imparata, una vita imitata guardando altri che vivono, cercando di seguire le procedure: per il lavoro, e a casa, in cucina, a letto, nel cesso. Così seguendo quello che fanno altre vite, si spera di non sbagliare, di essere riconosciuti come esseri umani e non come larve terrorizzate, aggrappate a qualcosa che galleggia in un oceano di terrore e di solitudine.
A essere uno squalo o un cane si sentirebbe questa paura a chilometri e chilometri. Invece nessuno si accorge di niente. E occorre fare finta. L’effetto è vedere tutto come in un acquario, gli altri sono dentro ad un loro habitat, li si vede ma non se ne condivide lo spazio.
Si resta soli, con l’apparenza OK TUTTO OK TUTTO TUTTO OK. E con il terrore dentro.
Come un verme si scava una lunghissima galleria nel corpo. Il terrore avanza dentro e cresce come un verme dentro, che si prende tutto lo spazio. E poi si viene imbozzolati da una nebbia bianca, e si cade, si cade.
Si gira, si gira.
Mi gira la testa, ora muoio. Il cuore batte a mille. Cerco di aggrapparmi a qualcosa che galleggia.
Cado, affondo, scendo, scendo scendo giù nel fondo di un oceano di amarezza, di terrore.
Si scende, si scende, non finisce mai. Si ricomincia ogni giorno.
Ogni giorno si va più a fondo, tutto ricomincia da un sempre più buio.
Ecchecazzo!
Ho sentito bene?
Sì, ECCHECAZZO.
E invece di star meglio dopo una scossa come questo rimprovero, perché di un rimprovero si trattava. Questa esclamazione laconica era un rimprovero.
C’è chi muore di fame, pensare a sempre a chi sta peggio…
Un altro rimprovero.
Ma io mi sento morire.
Come si fa a non avere pietà. Io muoio ogni momento…
Ma dai…. ma dai…
Sì, cazzo muoio…
E allora muori, muori, muori.
E dal rimprovero arriva un augurio.
Non si è sopportabili se morenti. Si è insopportabili. Non si può sopportare uno che muore a ogni momento. E si finisce soli in un oceano buio, dove è sempre tutto buio. Con tutto il terrore del mondo. E un’amarezza che fa  l’ombra più lunga di sempre, non se vede la fine, perché si perde in un lontano grigio di nebbie primordiali, di liquidi amniotici andati a male. È una terra desolata e io, che sono un gentile,  guardo verso il vento e penso a Fleba il fenicio.
Fleba, mio fratello.

La caduta di Fortuna

È così umiliante non valere niente
cioè non proprio niente, ma così poco
che finisci a trovarti
tra altri più grandi di te.

E resti solo un resto, tra gli scarti
la cicca tra i binari di stazione
o delle bambole gli smembrati arti.

E senti con fastidio quelle mani
che non sanno altra forma di attenzione
che consumare in fretta il tuo domani
gettandoti ormai spenta da un balcone.

La tua vita l’hai sprecata tutta

La tua vita l’hai sprecata tutta
per quelle cose che desideravi
e che non vennero proprio
nel momento in cui volevi tu.
Invece poi arrivarono
soltanto poco dopo
ma tu ormai non c’eri più.

la poesia è quella cosa

la poesia è quella cosa

che quando la scrivi la vita ti parla

e quando la leggi la vita la senti.

la poesia è quando senti la vita parlarti.

è quando senti la vita.

Istantanee

Prima ero schzofrenico, ma ora siamo guariti.

Rosario dei versi rubati nella notte

e allora andiamo insieme nelle notti
ma seguendo entrambi vie diverse
tu riprendendo i sogni che hai lasciato
ed io seguendo le mie ombre perse
girando in tondo come i dischi rotti
che non sanno riconoscere il già dato

allora andiamo dietro alle rovine
che solo possiede chi ha un destino
andiamo insieme senza più sapere
che pure fummo accanto in altre brine
quando si congelarono i sorrisi
nel ripetersi stanco del mattino

senza sapersi, come sempre accade
come succede a tutti gli animali
dimenticando la partenza insieme
ma ricercando solo zone calde
anche se avanzi di ore minimali
che sono sufficienti per chi teme

andiamo, andammo e forse poi ci andremo
dove ci ritrovammo quella volta
che sentivamo solo i nostri morti
ripetendoci solo: vedi? io tremo
leccando i corpi per lenire i torti
a ritrovare la sostanza tolta

senza sapere come ogni bambino
che quello che è sottratto non ritorna
che non c’è niente che si ripresenti
uguale in tutto al suo primo dentino
che mordeva il capezzolo all’intento
di ricavarne infine la sua forma

per riempire l’involucro del derma
col gas leggero di tutti i palloncini
e poi mia madre che restava ferma
nutrendomi solo con il suo dolore
rivolendo gemelli i due destini
di chi nascendo sa che poi si muore.

001

001

Ormai quasi ogni giorno indosso

la vecchia felpa che mi hai regalato.

E nella lontananza io ti sento addosso

vicino a me come il tempo che è andato.

È ormai slabbrata e tutta consumata

i legami si allentano e sbiadiscono

sparisce il segno di ogni orma tracciata

e resto fermo, zitto e non capisco

ma mi rispecchio nella nostra assenza

e mi guardo scivolare dalle mani

la materia che in noi creava permanenza

che ci lasciava dirci ciao, a domani.

Me ne sto qui, dove noi stemmo insieme

a pensarti altrove e con altrui presenti

sapendo bene che non esiste un seme

che faccia rifiorire i sentimenti.


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